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Catania a Sinistra

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POLITICA
22 settembre 2008
L'àncora è stata levata, il viaggio è cominciato
Cari compagni, da ieri la Costituente di Sinistra ha un suo primo mattone, un inizio, un punto di partenza: non è ancora un soggetto politico, ma non è più una lontana profezia. Quando nascerà, quel soggetto politico dovrà nutrirsi del contributo e della passione di tanti: ma se qualcuno non si assumesse adesso la responsabilità di levare l'ancora, resteremmo inchiodati nel punto in cui gli elettori ci hanno confinati il 14 aprile: a contemplare i nostri lividi, a vagheggiare l'unità di tutta la sinistra, ad aspettare l'epifania.
E' cosa nota che questa responsabilità - tirar su l'àncora prima che arrivasse la notte - ce la siamo assunta noi di Sinistra Democratica: accelerando, animando la discussione, costruendo tappe di buona volontà. Adesso però si naviga insieme.
Insieme a chi? Qualcuno insiste: insieme a tutta la sinistra. Per me va bene: per altri meno. Ferrero e Diliberto hanno concluso i loro congressi decidendo che non parteciperanno ad alcuna Costituente di sinistra e che il loro orizzonte strategico è l'unità dei comunisti. Insomma, non ci stanno. Che facciamo: aspettiamo i loro ripensamenti? Riassembliamo sinistra arcobaleno a prescindere? Continuiamo a ritenere che l'unità sia più importante della verità? Lo scorso primo maggio il partito dei comunisti italiani, segretario in testa, ha sfilato per le vie di Torino intonando l'inno russo, e cantandolo in russo: cosa ci unisce a loro? Quale idea di paese condividiamo con quei compagni? Se qualcuno vuole portare la salma di Lenin in Italia, affar suo: ma ci sarà consentito dire che questo paese ha bisogno di un'altra sinistra? Che servono meno maestri d'ortodossia e più compagni di strada?
Ci sono centinaia di migliaia di donne e uomini che sentono di essere ancora comunisti e che vogliono declinare questa loro identità non per custodire un museo di sacri paramenti ma per impegnarsi a fare, a trasformare il paese, a ripensare pratiche e linguaggi della politica. Senza fare finta che il voto di aprile sia stato solo un incidente di percorso. La Costituente di sinistra alla quale stiamo lavorando si rivolge a loro e ai tanti che vengono da altre culture, da altre storie o semplicemente dalla loro storia personale ma che sono pronti a mettersi in discussione per un progetto più ampio, più responsabile, meno "identitario". Ci fa paura questo viaggio, compagni? Ci fa paura misurarci con chi non viene dai nostri recinti? Preferiremmo un bel rogito notarile tra segretari come si fece un anno fa?
Diciamoci la verità: alla riunione di sabato scorso, accanto ad alcuni interventi assai "politici" che frantumavano ogni capello in cento parti, i contributi più intensi e più positivi verso la Costituente sono arrivati da chi non ha mai avuto (o non ha più) una tessera di partito in tasca: Moni Ovaia, Ascanio Celestini, Alberto Asor Rosa, Flavio Lotti, Diego Novelli, Mario Tronti. Le loro parole ("facciamo bene, facciamo presto..") ci raccontano il paese reale, quel paese che esiste oltre le nostre finestre sbarrate, che chiede di noi e che s'è stufato d'attendere le nostre liturgie, i nostri seminari, le nostre immense prudenze. Quel paese vuol sapere se ci siamo ancora, se siamo in condizioni di raccogliere la sfida per una nuova sinistra e per un nuovo centrosinistra.
Per un nuovo centro sinistra: proprio così. O preferiamo restare per sempre custodi dell'opposizione lasciando che questo paese si sbricioli nelle mani della destra? Vogliamo limitarci a testimoniare il nostro sdegno, la nostra purezza, la nostra "indisponibilità"? Non so voi: io no. Vengo da una terra in cui se avessimo risposto soltanto con l'indignazione all'aggressione dei poteri mafiosi saremmo stati fatti a pezzi. A me interessa battermi per liberare questo paese dall'egemonia della destra, per restituirgli coscienza di sé, dei suoi diritti e dei suoi doveri, per rimettere in piedi un alfabeto di beni comuni, di valori, di parole perdute. Se non lo facciamo noi, se non diventa il punto d'onore di un progetto della nostra Costituente, di che sinistra stiamo parlando? Una sinistra che non si ponga il problema di riguadagnare l'egemonia perduta, di trasformare il paese, di rappresentarlo sarebbe un circolo di lettura. Afflitto perchè Lenin è sepolto a Mosca e non qui, ma incapace di assumere su di sé l'urgenza della sfida politica.
E la sfida della politica pretende capacità di confrontarsi. Anche con il PD. Senza fraintendimenti né ammiccamenti. Il PD si è arenato su una deriva politica moderata e reticente, noi ci stiamo impegnando a ricostruire una sinistra autonoma, responsabile, popolare. Il PD s'accontenta di dialogare con Berlusconi, noi siamo convinti che non vi sia spazio per alcun dialogo con questa destra ma solo per un rigoroso confronto parlamentare nelle forme e nei luoghi istituzionali. Differenze profonde, di cultura e di pratica politica, che non ci sottraggono però dalla responsabilità di provare a ricostruire, se ne saremo capaci, un centrosinistra che recuperi almeno in parte lo spirito positivo del primo Ulivo. Sbagliamo? Dovremmo dire al PD ciascuno per la propria strada, felici di riproporre una separazione consensuale? Continuare a regalare, saecula saecolorum, il paese a questa destra? Non fingiamo di non capirci: confronto è solo confronto, punto! L'11 ottobre noi saremo in piazza per rilanciare l'opposizione: e il PD non ci sarà. Il 25 ottobre Veltroni costruirà il suo PD pride: e noi non ci saremo. Ma questo non ci sottrae dal dovere di capire cosa fare, insieme, per questo paese.
Insieme a tutti coloro che non dovranno chieder permesso a chiese e vescovi. Abbiamo chiesto anche ai radicali di contribuire con il loro patrimonio di battaglie civili; lo abbiamo chiesto anche ai socialisti, convinti che esiste un comune spazio a sinistra più fertile d'una mera somma di identità. Insomma, stiamo provando a mettere insieme un campo di forze e di idealità che non parla solo ai partiti ma che non intende prescindere da loro; che propone alla sinistra civile di assumersi responsabilità e sovranità; che chiede alle donne e agli uomini di cultura di spendere per una volta questa loro cultura non nel chiuso d'un seminario ma dentro la carne viva di un processo politico che sta nascendo adesso.
Non è facile. Molte diffidenze, molte prudenze, molti bizantinismi. La vecchia politica spesso è dentro di noi. Ma quell'àncora l'abbiamo tirata su: non sappiamo se sarà america o nuove indie, ma indietro non si torna.
Claudio Fava



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POLITICA
9 settembre 2008
Fava scrive ai segretari del Centrosinistra su opposizione al Governo
Il Coordinatore Nazionale di Sinistra Democratica, on. Claudio Fava ha inviato oggi la seguente lettera ai segretari dei partiti del centrosinistra presenti e non presenti in Parlamento:

Cari amici, cari compagni,
la ripresa politica vede l’Italia di fronte a drammatiche contraddizioni economiche, sociali e ambientali, pesantemente aggravate dal procedere spedito di questo governo verso la rapida attuazione del suo programma.
In soli pochi mesi, disponendo di una larga maggioranza parlamentare e attraverso un uso distorto delle procedure istituzionali e delle norme costituzionali, la destra al governo sta mettendo in discussione i due pilastri fondamentali che reggono la vita democratica di un paese: l’equità sociale e i diritti civili.
Eppure, di fronte all’azione devastatrice di questo governo, l’opposizione non solo tarda a organizzarsi ma corre il serio rischio di presentarsi ancora una volta divisa, incapace di produrre in forma unitaria progetti e partecipazione.
E' per questo che non condividiamo l’ipotesi di svolgere, ad ottobre, diverse e distinte manifestazioni dell’opposizione, incapaci nei fatti di parlarsi, con l’unico risultato di lanciare un messaggio identitario e di divisione ulteriore. Troppo poco di fronte ad una realtà così pesante e troppo poco anche di fronte agli insegnamenti che tutti dovremmo trarre dalle divisioni e dagli errori che hanno segnato, in tutto il campo del centrosinistra, l’ultima campagna elettorale.
Sinistra Democratica vi chiede la disponibilità a costruire nelle prossime settimane una piattaforma e una mobilitazione di tutta l'opposizione: un’opposizione che - nel rispetto delle sensibilità politiche di ciascuno - finalmente si unisca e si rivolga al paese per mobilitare soggetti e coscienze.

Roma, 8 settembre 2008



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POLITICA
8 settembre 2008
VUOI BALLARE CONTRO LA MAFIA? NO, GRAZIE!
 Più di mille danzano contro la mafia, cento no perché i genitori non vogliono.
Cosa è più significativo? Qual è la notizia? Il fatto che più di mille danzano contro la mafia o che un centinaio non lo fanno perché i genitori non vogliono?
Non mi va più di tanto andare a valutare quale sia la vera notizia: nell'uno e nell'altro caso sarei tacciato d'ideologismo o di pessimismo o di ottimismo a seconda della scelta.
Quello che mi interessa è il fatto e la sua essenza: l'essenza del fatto, la sua caratteristica più intima è la contradditorietà.
In essa si rispecchiano gli aspetti buoni e cattivi, e quindi contraddittori, di questa città, di questa città ridotta allo sfascio finanziario, al buio, all'abusivismo, immersa nell'illegalità diffusa e nella violenza mafiosa del pizzo, che conferma in toto la classe politica che negli ultimi dieci anni l'ha ridotta in questo stato.
Contraddittorietà nei commenti degli amministratori, degli organizzatori: tutti plaudono alla manifestazione e, nel contempo, si accorgono che c'è ancora tanto da fare.
Certo che a Catania lo Stato ha perso, certo non ha ancora vinto e non vincerà se non riuscirà a liberare dalla paura, dalla sfiducia e dalla rassegnazione tutti i cittadini che vi abitano.
Elio Camilleri



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25 luglio 2008
IL PUNTO SULLA SINISTRA
Un breve sommario, purtroppo realistico, dello stato attuale delle forze di sinistra.
- Sinistra Democratica ha tenuto recentemente il proiprio congresso individuando la prospettiva della "costituente di sinistra" e di un "nuovo centrosinistra". Entrambe le proposte appaiono fallite sin dal nascere, buio pesto e confusione totale sotto la quale cova il dissenso di settori più aperti verso l'area radicalsocialista.
- PDCI propone invece "l'unità dei comunisti" ma non ha, in concreto interlocutori (forse qualche gruppo ml? a quanto pare nemmeno questi). Una piccola minoranza (12%) è prossima alla scissione, dentro la maggioranza tregua armata tra la forte minoranza Rizzo (che vuole rompere del tutto con il PD) e la maggioranza della maggioranza dilibertiana. All'alba non sorge il sol dell'avvenire.
- Verdi hanno dato luogo ad un congresso- scontro con Pecoraro sul banco degli accusati, in qualche modo rientrato dalla finestra e sempre present5e nell'ombra della Francescato. Si oscilla tra la generica rivendicazione della centralità ambientale (ma non si vede l'ombra di reale presenza nelle lotte sul territorio, vedi Napoli) e la volontà di collocarsi nel "cuore" (un modo romantico per dire centro) del centrosinistra. Notte profonda senza speranza.
- Rifondazione sta tenendo un congresso spaccata in cinque mozioni che a loro volta si apprestano a sottodividersi (vedi Grassi); grandissimo il pericolo che nessuno vinca e tutti perdano, si prospetta un periodo di accordo pasticciato pronto ad esplodere alle prossime europee (vedi candidature); mala tempora currunt.
- Di Pietro/Grillo/Travaglio si propongono come unica reale ed efficace forza di coerente opposizione a berlusconi, per la difesa della democrazia, ciò esprime meglio di mille parole il baratro di credibilità e di inutilità in cui è sprofondata la sinistra.
- il PD è attraversato da crisi laceranti, sotto attacco dai grandi gruppi economici che vogliono totalmente asservirlo demolendone la residua capacità di autonomia, e scivola mestamente verso il centro (già qualcuno pensa, come male minore, una prossima candidatura a leader di Casini...).
Che fare? Prospetto tre ipotesi:
- levarici manu e dedicarsi al proprio quotidiano;
- confidare nel capitalismo sperando che le sue crisi e contraddizioni rilancino naturalmente la sinistra come rappresentanza politica del disagio sociale (non molto ambizioso e probabilmente illusorio...);
- decidersi a guardare indietro (fare un bilancio storico del novecento) per andare avanti riformulando un paradigma teorico che ridia senso e credibilità alla parola sinistra e similari. Non sarà il primo pensiero di chi ambisce a rioccupare uno strapuntino da qualche parte ma mi sembra l'unica e ragionevole cosa da fare. Dixi et salvavi animam meam.



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16 luglio 2008
RAGAZZI, DATEVI DA FARE
La proclamazione degli eletti nel consiglio provinciale ha riservato qualche sorpresa ed indotto una riflessione.
Oltre al rappresentante di rifondazione e dei comunisti italiani è stato eletto anche un esponente di sinistra democratica, quindi è stata confermata una presenza non indifferente di tre eletti su 45, una manna con i tempi che corrono.
Ma la cosa più interessantre è l'identità degli eletti, tutte facce nuove e per giunta giovani (Tomarchio di Acireale non lo conosco ma penso che appartenga alla categoria).
Particolarmente significativa l'elezione di Marco Pitrella, studente universitario di grammichele, che ha superato il consigliere uscente di caltagirone, esponente storico del ceto politico locale.
Mi sembra che emerga una chiara indicazione dell'elettorato che, nello sfacelo in cui ci troviamo, in qualche modo sembra spingerci ad un rinnovamento anche di tipo generazionale, che certo non risolve automaticamente nessun problema ma comunque è utile per respirare un pò di ariua nuova ed investire sull'entusiasmo e la voglia di fare.
Un invito, quindi, a tutti i consiglieri eletti a darsi da fare svolgendo un ruolo politico attivo anche e soprattutto al di fuori delle 4 mura della provincia.
Una prima occasione ed un invito a tutti è di imminente scadenza: venerdì alle ore 8,30 l'ufficiale giudiziario si recherà presso i locali della scuola andrea doria per eseguire lo sfratto (il comune non paga da anni); sarà importante una presenza di massa significativa per dimostrare che anche se sconfitti elettoralmente non vogliamo mollare, a cominciare dalla difesa dei più deboli. E' con queste iniziative che si ricostruisce in concreto un rapporto con la società. Non manchiamo.



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1 luglio 2008
IN ALTO A SINISTRA - Relazione introduttiva di Claudio Fava all'Assemblea di Chianciano
 1. SINISTRA ARCOBALENO
E’ di noi che siamo chiamati a parlare in questa assemblea e nei congressi che verranno nelle prossime settimane. Non parleremo delle colpe altrui che hanno aggravato la disfatta elettorale ma delle colpe nostre, delle ragioni profonde e antiche che hanno resa quella sconfitta inevitabile.A perderci, più che il richiamo al voto utile del partito democratico, è stata la percezione che il voto a sinistra sarebbe stato un voto inutile...
Oggi il nostro è l’unico paese d’Europa in cui nessuno, in parlamento, si dice di sinistra. Per la signora Marcegaglia è un profitto politico. Per noi, è un vulnus alla politica. Ma di questo vulnus le responsabilità principali le portiamo noi.
Da qui dobbiamo cominciare, con onestà intellettuale, con umiltà di ascolto e rigore di analisi. E’ l’unica via per riportare in alto una sinistra che oggi appare smarrita…
Le quindici mozioni (tante, forse troppe…) in cui si articoleranno in questi giorni i congressi dei nostri partiti non sono solo una conseguenza del voto di aprile. Sono anche il segno di una vecchia contraddizione che ci accompagna da molti anni.
Di questa contraddizione, Sinistra Arcobaleno é stata il rimedio generoso ma infelice. Voleva unire, ha finito per esaltare le differenze e le diffidenze. Finendo per mostrare un deficit di verità politica che i ns. elettori non ci hanno perdonato.
Sono elettori sensibili e attenti, i nostri. Hanno riconosciuto i segni della menzogna nelle nostre parole, nei nostri gesti. Avevamo promesso una sinistra unita e plurale: abbiamo rappresentato un cartello elettorale. Quel tre per cento è un voto politico che boccia, senza appelli, anche il nostro deficit di verità.
Ma faremmo torto a noi stessi se tentassimo di ricondurre questa sconfitta solo ad una campagna elettorale frettolosa e poco sincera. Credo che i segni di un progressivo distacco tra la sinistra e il paese reale si siano definiti in un tempo lungo, stagione dopo stagione.
In una battuta: siamo stati percepiti come una sinistra invecchiata, con infinite risposte e pochissime domande. Come se il mestiere della politica ci avesse lentamente prosciugati dentro sottraendoci la capacità di stupirci, di praticare il dubbio, di tornare a interrogare questo paese e questo tempo, così diversi da come li abbiamo immaginati e rappresentati.
Da questo dobbiamo partire. Da una sinistra ormai crepuscolare. Dobbiamo ripartire da qui e da noi: per non rassegnarci a questo risultato, per non assecondarlo. Peggio d'una sconfitta c'è solo abituarsi ad essa.
2. UNA MUTAZIONE DI SOCIETA’
Si è chiusa una transizione. Ma non solo in Italia. E’ in corso una mutazione profonda delle nostre società, un precipitare del senso comune verso il baratro di nuove paure e di nuove ostilità.
Persino l’Europa, fino a ieri forse l’unico internazionalismo capace di funzionare e di irradiare valori nelle politiche nazionali, si è piegata ad assecondare il nuovo senso dei tempi.
A Bruxelles il Consiglio europeo approva l'aumento dell'orario settimanale di lavoro fino a un tetto di 65 ore mentre il parlamento a maggioranza larga accoglie una direttiva sul rimpatrio dei migranti irregolari che nulla ha da invidiare al pacchetto sicurezza del governo Berlusconi.
E in Italia? Fino a ieri l'idea di privare un individuo della sua libertà per mezzo d'un semplice provvedimento amministrativo e di attribuirgli un crimine non per ciò che fa ma per ciò che è, sarebbe stato considerato un vulnus giuridico senza precedenti e senza giustificazioni. Oggi è praticamente norma di legge. La risposta alla paura s’è fatta mercato, convenienza, una moneta utile a creare nuove obbedienze e nuovo consenso.
Nel nostro paese il mutamento di società è stato più profondo. Un mutamento ormai egemonico. La destra lo ha accompagnato lungo il suo piano inclinato, riuscendo ad aderire a questo nuovo, livido senso comune come una seconda pelle. Dentro questo senso comune c’è un nodo irrisolto di pulsioni elementari, c’è la ricerca di nuovi nemici, c’è la povera guerra dei penultimi contro gli ultimi.
E intanto, nel governo, cresce un altro senso comune, un'idea privatissima della politica che in un pomeriggio di qualche settimana fa ha spazzato via ogni fraintendimento, ogni travestimento.
Berlusconi resta Berlusconi, scriveva Ezio Mauro, un personaggio pronto a deformare lo Stato di diritto per salvaguardia personale. Non gli "basta vincere largamente le elezioni, avere maggioranze vaste e disciplinate: ancora una volta Berlusconi ha bisogno di qualcosa di illegittimo che trasformi la politica in puro esercizio del potere". Una leadership aggressiva, "di chi abita le istituzioni della repubblica da estraneo".
Gli ultimi provvedimenti dell’esecutivo parlano, tutti, di una concezione disinibita e autoritaria della funzione di governo. Con un Senato della repubblica ridotto a buca delle lettere di Berlusconi, e con un consiglio dei ministri ridotto a buca delle lettere di Tremonti.
Ieri Maroni ci ha comunicato di aver formalmente reintrodotto il concetto di razza nell’ordinamento giuridico italiano, prevedendo il censimento dei bambini Rom attraverso il rilevamento delle loro impronte digitali. A quando, si chiedeva Moni Ovaia, il numero tatuato sull’avambraccio?
Per giustificarsi, la Lega ha resuscitato la parola censimento: la stessa giustificazione che diedero i nazisti nei paesi occupati quando chiesero agli ebrei di farsi identificare e di portare una stella gialla al petto: solo un inoffensivo censimento, spiegarono. Poi è finita diversamente
L’opposizione è tiepida, distratta, incerta. E il paese sa poco di ciò che accade. Mentre il capo del governo manipola e deforma la nostra Costituzione materiale, poche voci si sono alzate per denunciare il tentativo, attraverso la nuova normativa sulle intercettazioni, di imbavagliare la stampa. Tanto più grave quanto più forte, per questo paese frastornato, è il bisogno di sapere e di capire.
I cronisti, dice il governo, saranno obbligati a tacere su qualsiasi notizia relativa a inchieste giudiziarie, provvedimenti, arresti, interrogatori fino alla celebrazione del dibattimento. Se in passato questa norma fosse stata legge, non avremmo saputo nulla sul sequestro di Abu Omar, sulle menzogne del generale Pollari e dei dossier di Pio Pompa, sulla scalata all'Antonveneta, sul crack della Parmalat, sui pizzini di Provenzano, sullo scandalo Unipol, sulle intercettazioni della Telecom, fino ai morti di bisturi della clinica di Santa Rita. La pubblica opinione avrebbe appreso tutto a cose fatte.
Ma forse in questo paese è il concetto stesso di pubblica opinione ad essere di troppo: meglio opinioni private, privatissime, meglio giornalisti obbedienti, devoti, silenziosi. Oppure spioni, come l'agente Betulla, alias Renato Farina, prima spedito dal Sismi a spiare i magistrati di Milano, poi mandato da Berlusconi a fare il parlamentare della repubblica.
3. LA SINISTRA
Che accade nel paese di fronte a questo sfacelo democratico? Di fronte a un premier che non si limita a militarizzare le strade e le discariche ma che vuole militarizzare il senso comune degli italiani, convincerli che la sicurezza passa attraverso la ricerca di nuovi ultimi, nuovi nemici, nuovi capri espiatori?
Forse la domanda va articolata diversamente: Cos'è accaduto in questi anni a sinistra? Cos’è accaduto a noi? Poco, è accaduto poco. Abbiamo continuato a rivolgerci a un paese virtuale mentre il paese reale andava altrove. Abbiamo sfoderato il nostro repertorio di risposte senza ritrovare il dovere delle nostre domande. Abbiamo ragionato per schemi, per riepiloghi, per vecchi dogmi… ma non ci siamo chiesti come stava cambiando, dopo ogni giro di giostra, la vita degli italiani. La nuda vita, diceva Fausto Bertinotti qualche giorno fa: un’immagine che mescola disagio materiale e solitudine, salari umilianti e precarietà interiore, povertà e perdita di senso.
Ci è sfuggita di mano la complessità di un paese in cui il conflitto non contrappone più le due grandi classi che storicamente hanno fatto la storia del secolo scorso. Il conflitto si è riprodotto in infiniti affluenti che hanno pervaso la vita di tutti, prevalendo e mortificando alla fine la loro identità sociale.
Abbiamo ritenuto di rappresentare le ragioni del lavoro ma intanto perdevamo di vista i lavoratori, le loro domande che, certo, sono concrete, legate a salari bassi e a condizioni di lavoro precarie e insicure. Ma ci sono domande, altrettanto concrete, altrettanto urgenti, che riguardano la loro vita, il loro modo di essere genitori, figli, cittadini…
C’è solitudine, in quelle vite, non solo precarietà materiale. Chi se ne farà carico? Cosa rispondiamo oggi a questa perdita di identità? Un’inchiesta del Manifesto racconto che un terzo degli operai dello stabilimento di Melfi fa uso abituale di cocaina. Non a casa, ma nei bagni della fabbrica. Non per adeguarsi ai ritmi di produzione ma per sottrarsi ad una perdita di ritmo nella propria esistenza.
Proviamo a ragionare su quegli operai e sulla loro solitudine: ci renderemo conto che va rivisto il nostro alfabeto. Vanno ripensate le parole a cui abbiamo affidato la nostra identità in questi anni. Parole taumaturgiche, che abbiamo ricominciato a declinare dopo la sconfitta di aprile, per abitudine, per inerzia.
“Torniamo al territorio!”. Ma cos’è il territorio? Esiste? Ha una sua identità? Possiamo immaginare un ritorno al territorio come se fosse un luogo certo e immobile, in attesa d’una nostra epifania? Il territorio su cui si affacciavano le nostre sezioni, in cui si faceva un lavoro sociale concreto e antico che raccoglieva le fondamenta della politica e le organizzava con sapienza… Oggi quel territorio si è frantumato, è solo un perimetro che raccoglie sono isole, condomini, gruppi. Il territorio oggi è il call center in cui le vite si radunano e si perdono a turni regolari di otto ore. Si è ridotto ad una quinta teatrale, un luogo di sopravvivenze, senza una sua geografia, senza nemmeno una sua storia. E’ la somma di piccole patrie tra loro in guerra, non più una nervatura di storie e di vite a cui potersi rivolgere con le medesime parole.
Torniamo a ragionare piuttosto sulla comunità. La nostra comunità. Che è molto più vasta di ciò che dicono i nostri voti. Una comunità sociale e civile che è luogo della sinistra spesso senza sapere di esserlo, che ha contribuito a scrivere la storia di questi anni perché ne è stata spesso intuizione, avanguardia ma anche luogo di civiltà, di presidio, di elaborazione politica.
4. IL RAPPORTO CON IL PD
Assieme al nostro alfabeto, va rivisto il campo della nostra politica. E va rivisto il nostro rapporto con il PD. Il nostro sguardo sui destini del PD è contenuto nelle parole con cui Fabio Mussi concluse il suo intervento all’ultimo congresso dei DS: a quel partito - che non è il nostro e mai sarà il nostro - auguriamo ogni fortuna.
Non ci sentiamo antagonisti rispetto al PD. Ci sentiamo lontani dalla presunzione che hanno voluto praticare in questa campagna elettorale: l’autosufficienza. Cioè l’idea che in questo paese e in questo tempo ciascuno basti a se stesso. Il PD ha teorizzato la propria solitudine come estrema virtù, come un orgoglioso contributo alla riforma della politica che in Italia si sarebbe dovuta realizzare attraverso il bipartitismo. Bipartitismo è parola suggestiva ma falsa. Parla di un paese che non esiste, racconta una democrazia ridotta a due partiti, apre le porte alle peggiori pulsioni presidenzialiste.
Ma quell’autosufficienza si fonda anche su un equivoco mai confessato: l’idea che il Partito Democratico potesse raccogliere e rappresentare anche il testimone della Sinistra. Noi siamo qui per spiegare ai nostri amici del PD che quel testimone non intendiamo passarlo. Che in questo paese la sinistra è un verbo affaticato ma ancora vivo e necessario. Non più, nei banchi del parlamento ma fuori, nella società, nel paese, nelle sue attese, negli errori da affrontare, nella capacità di guardarci dentro senza lasciare che il nostro sguardo ci scivoli addosso.
Parlo di una sinistra che non voglia più ricamare, anch’essa, i merletti dell’autosufficienza, che non voglia rinchiudersi nella suggestione di taluni prudenti aggettivi: sinistra indisponibile, incompatibile… Ciascuna di queste parole ha un segno arcaico, porta in sé le cifre della fuga. E sinistra non è parola da fuga: è ricerca, trasformazione, rigore d’opposizione e responsabilità di governo: non ad ogni costo, ma certamente, sì, quando ve ne sono le condizioni.
Forse queste condizioni non c’erano nell’Unione, e abbiamo pagato il prezzo d’aver partecipato a una stagione di governo di cui la sinistra ha condiviso poco e ha modificato poco. Se rivediamo il film di questi anni, ci rendiamo conto che nella stagione del governo Prodi ci siamo spesso limitati ad interpretare il ruolo di coscienza critica petulante, relegando la funzione di governo a mero esercizio tecnico delle proprie competenze.
Ci siamo attestati come gli estremi difensori di un programma di 300 pagine che programma non era ma un indice di nomi, come nel romanzo di Saramago, una shopping list che ciascun partito sfogliava come una margherita, mentre la frattura nel paese allagava la vita delle persone, la loro identità, i loro pensieri…
Per dirla tutta: noi pensiamo a una sinistra che non rimpiange l’esperienza dell’Unione ma che vuole misurarsi sulla sfida per un nuovo centrosinistra. A questa parola dobbiamo prima togliere tutti gli echi d’abitudine, le ritualità delle nomenklature, il richiamo del partito degli eletti. Dobbiamo andare oltre la foto di gruppo che ha gestito e governato tutte le stagioni del centrosinistra da quindici anni a questa parte. Quella foto si è logorata, è ormai un’immagina stanca.
Forme di partecipazione, leadership, progetto di paese: il centrosinistra a cui pensiamo è un cantiere da costruire. Ma dev’essere soprattutto un progetto tra pari: che vuol dire pari dignità, reciproca autonomia, confronto sul merito della politica e non sulla geometria delle coalizioni. In questo vedo l’utilità di un nostro confronto con il Partito Democratico.
Non ci serve un diritto di tribuna: la tribuna alla quale ci rivolgiamo è il paese. Ci serve semmai un passaggio di reciproca verità: il PD è disposto a mettere da parte la presunzione della propria autosufficienza? Saremo capaci di archiviare questa presunzione anche noi, a sinistra? Ammetteremo una volta per tutte che in quel comunicato che annunciava quasi con letizia sei mesi fa una separazione consensuale era già contenuta la nostra sconfitta? Nostra, di tutti: PD e sinistra!
5. FARE OPPOSIZIONE
Autonomia della sinistra, dunque, E senso di responsabilità. Che sono solo semplici titoli se non li decliniamo con l’agire politico concreto. Con le cose da pensare e con quelle da fare. E su questo che Sinistra Democratica s’impegna e chiama subito all’impegno le altre forze della sinistra che saranno disponibili per un’opposizione che sia immediata, rigorosa, autorevole, concreta.
Un opposizione non per sottrazione, octroyé, concessa dal sovrano. Siamo al paradosso che le funzioni dell’opposizione vengono ormai demandate, per silenziosa delega, ad altri organi istituzionali. L’opposizione la fa Il CSM che dice, per bocca di Livio Pepino, ciò che non abbiamo sentito dire dall’opposizione parlamentare, e cioè che la legge che sospende i processi è “un’amnistia occulta al di fuori della procedura prevista dall’art.79 della Costituzione”. Giudizio netto e onesto. Ma isolato.
Ma non è solo l’opposizione istituzionale a balbettare. C'è il vuoto di parole di un intero popolo che si specchia nel proprio destino. Di fronte alla persistente violazione di regole e di equilibrio, di fronte al tentativo di introdurre surrettiziamente una nuova Costituzione materiale, si reagisce, scriveva D’Avanzo, come se lo scasso fosse già stato realizzato, come se la violazione fosse irrimediabile. Ci si abbandona al risentimento, allo sdegno, alla delusione. E questi sentimenti, se pur legittimi, finiscono per sostituire ogni iniziativa politica. Ci consegnano ad una immota passività. Quella che il filosofo Giorgio Agamben definisce "una rassicurante frustrazione"...
A questa frustrazione, al suo tepore, occorre sottrarsi. La sinistra deve proporre subito un’opposizione che contenga in sé i semi di un progetto di società, un’idea di paese, le coordinate di un tempo che va ritrovato e ricostruito.
Penso all’urgenza di rifondare una nuova questione morale che sia anche una nuova etica civile, uno strumento per ridefinire il repertorio delle nostre priorità.
La prima urgenza, la prima ferita subita e tollerata riguarda il lavoro. E la questione morale deve tornare ad essere questione sociale. L’Italia è un paese frammentato e diseguale che ha registrato un violento spostamento di ricchezza dal lavoro all’impresa, cioè una redistribuzione verso l’alto della ricchezza prodotta dal paese. Eppure in questo paese nessuno usa più la parola eguaglianza: obsoleta, ideologica. Insomma: superflua.
Il governo invece ce l’ha ben presente, ma la declina nel suo opposto: ineguaglianza. E due giorni fa non a caso ha soppresso per decreto una legge di elementare civiltà che impediva ai datori di lavoro di far firmare dimissioni in bianco ai loro dipendenti.
Il contratto di lavoro torna ad essere il luogo dello scontro perché è su questo terreno che si misura il progetto egemonico del centrodestra. Ovvero, ricondurre il mercato del lavoro a un’idea primitiva di libera contrattazione, da una parte l’azienda, dall’altra il lavoratore. Ciascuno con la propria forza e la propria debolezza. In questi anni il vincolo della contrattazione collettiva non è stato solo una risorsa materiale quanto, soprattutto, un vincolo di solidarietà.
Ma che idea di solidarietà può sopravvivere in un paese che decide, in nome di un mercato senza politica, di precipitare verso le gabbie salariali? L’obiettivo di questo governo, apprezzato dalla confindustria e condiviso da una parte dell’opposizione che sostiene l’equidistanza tra lavoro e impresa, è un federalismo punitivo, un modo per ridurre l’Italia ad un perimetro che tenga insieme i lacerti di un paese spezzato, con un nord e un sud chiamati ciascuno a recitare le proprie solitudini e le proprie povertà.
La questione morale è questione ambientale. E la questione ambientale o è luogo di verità, oppure non è. L’emergenza di Napoli è diventata il pretesto per testare sul corpo vivo e afflitto del paese un’esperienza, come dice Rodotà, di democrazia autoritaria. Il ridimensionamento del diritto al dissenso, la superprocura in deroga all’art.102 della costituzione, l’affermazione di una scorciatoia secondo la quale per smaltire i rifiuti bastano buche e fuochi. Non c’è stata una riflessione sull’insostenibilità a monte di certe pratiche di consumo e non si spendono più idee sulle energie rinnovabili: espunte dalla discussione politica per decreto.
Ancora una volta è il governo Berlusconi che detta i titoli della propria agenda, annunciando il ritorno al nucleare e aprendo brecce anche nel dibattito interno al PD.
Tornare al nucleare in Italia con centrali di vecchia generazione è un falso storico che non tiene conto non solo delle questioni legate alla sicurezza e allo stoccaggio delle scorie. Come si può tacere che negli Stati Uniti non si costruiscono più centrali da trent’anni, e cioè ben prima di Chernobyl; come si può prescindere dal fatto che la Germania ha confermato che chiuderà le proprie centrali entro il 2020? Abbiamo un decimo dell’eolico della Germania, metà del solare termico dell’Austria, in Spagna l’energia rinnovabile ha superato quella dell’atomo ma l’unico annuncio che questo governo ha saputo proporci è il ritorno sic et simpliciter al nucleare.
E il referendum? Dice il ministro Scajola: il nucleare era nel nostro programma, la gente ci ha votati dunque siamo autorizzati ad andare avanti. Una concezione proprietaria della politica e della democrazia. Alla quale dobbiamo rispondere che, in Italia, il referendum sul nucleare lo abbiamo già vinto. E non permetteremo che venga aggirato da questo governo di apprendisti stregoni.
La questione morale è questione globale. Che non si riduce alla nostra linea del nostro orizzonte. Ma che deve fare in conti con processi di mondializzazione privi di qualsiasi governo politico. Due mesi fa, in una sola notte, i prezzi dei prodotti alimentari di base sono saliti dell’85%. Cento milioni di nuovi poveri in poche ore. Le cause siamo noi! Le nostre speculazioni, le misure protezionistiche della vecchia Europa, gli aiuti generosi del governo americano ai suoi produttori. Nei mesi scorsi, il prezzo dei terreni agricoli dello Iowa è aumentato a ritmi più rapidi delle quotazioni immobiliari di Belgravia o Manhattan…
C’eravamo impegnati a dimezzare il numero degli affamati entro il 2015: quel numero è cresciuto e la linea della fame, come quella delle palme, risale il nostro paese e l’Europa. Che risposta ha dato il summit della Fao un mese fa? Un documento gravido di virgole. Che contributo ha offerto il governo italiano a quel dibattito? Il taglio dei fondi alla cooperazione internazionale per rimediare i 300 milioni del prestito all’Alitalia. E un pacchetto sicurezza che reintroduce il concetto di razza nel nostro ordinamento giuridico.
E’ vero, quel pacchetto sicurezza ha trovato un utile legittimazione dal voto delle istituzioni europee. Diciamolo pure: l’Europa è cambiata. Ansie identitarie e insicurezza hanno diffuso ovunque localismi e indifferenza. E tutto ciò che appare straniero, remoto e povero oggi non gode i favori di questa Europa. Non abbiamo più nelle nostre vele la profezia di Spinelli, si è assopito anche l’europeismo orgoglioso di Delors che per alcuni anni sembrò dare a questa Europa slancio, prospettiva, proiezione nel mondo. Forse non è più tempo di statisti in Europa, né di pensieri lunghi. Nei parlamenti non prevale la conoscenza del mondo ma la cura di sé, dei propri collegi, dei propri condomini…
Eppure esiste ancora un’idea di Europa attenta alle libertà e ai diritti, consapevole che se decadono questi geni, nel sangue delle nostre democrazie resta ben poco. L’europeismo è l’unico autentico internazionalismo che ci rimane. E l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, pur nei suoi limiti, rappresenta un passo in avanti rispetto alle tentazioni di un mondo di merci e di mercati senza politica. Ecco perché per noi l’Europa e il socialismo europeo rappresentano punti di riferimento ideale imprescindibili.
Infine la questione morale è guerra alle mafie, a tutte le mafie, alla loro egemonia economica e criminale che ha sottratto un terzo del nostro territorio alle leggi della repubblica, che rappresentano l’8 per cento del Pil nazionale, che passano al setaccio l’economia del paese per fabbricare i loro profitti illeciti, che fanno mercato quotidiani dei diritti. E che adesso, come dimostra ciò che è accaduto a Ponticelli, svolgono anche funzioni di ordine pubblico.
La nostra sicurezza non è messa a repentaglio dal portafogli rubato al Pigneto, ma dai 250 morti ammazzati dalla ndrangheta in Calabria. E la risposta all’insicurezza non sono le pistole ai vigili urbani e i soldati nelle strade di Napoli, ma ridare centralità alla lotta alle mafie nelle scelte politiche, nel presidio del territorio, in una nuova militanza civile.
Questo vale anche per noi, per una sinistra che in questi anni ha derubricato il tema della lotta alla mafia alle cose dovute e implicite, alle quali non occorre dedicare molti pensieri. Vale la pena ricordare che tra i dieci punti di priorità che la Sinistra Arcobaleno indicava nei propri volantini, la lotta alla mafia non c’era!
Su questi punti va ricostruita oggi un’idea concreta di opposizione nel paese. Che è cosa diversa dall’opposizione di sua maestà, lenta, impacciata, preoccupata. La rappresentanza, diceva Bertinotti qualche settimana fa, si è ormai ridotta a un governo allargato: quello vero e quello ombra.
Certo, una settimana fa il PD ha scoperto che il dialogo con Berlusconi era decisamente asimmetrico e dunque fine della festa. Eppure fino a qualche giorno fa l’onorevole Massimo Calearo spiegava al Corriere che non bisogna valutare i proclami di Berlusconi ma i fatti. E al cronista che gli chiedeva se il lodo Schifani e l’attacco alla magistratura non fossero fatti, l’industriale de PD rispondeva che “queste cose interessano poco al cittadino, che il paese ha bisogno di riforme e il governo Berlusconi ha ottimi ministri per farle…”
Noi la pensiamo diversamente.
Noi pensiamo che non occorreva attendere l’ennesimo colpo di spugna del premier sui suoi processi per sapere che a quel colpo di spugna, alla propria impunità penale e politica, il presidente del consiglio non avrebbe mai rinunciato. La sua è una vocazione monarchica, da monarca indispettito, insofferente, indisponibile alle regole.
Ma non basta dire che il suo è un regno inesistente. Non basta riproporre le parole d’ordine dell’antiberlusconismo, perché dietro Berlusconi, dietro le sue scorciatoie politiche, che ci piaccia o no, c’è un pezzo del sentire comune di questo paese. E non basta nemmeno darsi genericamente appuntamento per l’autunno. Tra noi e l’autunno ci sono troppi mesi che questo governo continuerà a riempire con parole e atti politici devastanti.
Una mobilitazione così non la convoca il Partito Democratico. E nemmeno Sinistra Democratica. Si costruisce insieme, dal basso, condividendone lo spirito, coinvolgendo tutti i protagonisti delle battaglie civili di questi anni, senza fabbricare palcoscenici su cui far sfilare i nostri gruppi dirigenti. Se il cantiere per un nuovo centrosinistra fa davvero parte del nostro orizzonte, ci sono liturgie che dobbiamo imparare a mettere da parte. Altrimenti sarà la storia a mettere da parte noi.
Ed è per questo che chiedo adesso, subito, l’impegno del Partito Democratico a non permettere che questa legislazione diventi una legislazione costituente. Con questo Governo non ci sono le condizioni politiche per nessuna riforma costituzionale!
6. LA COSTITUENTE DI SINISTRA
Ma è alle forze della sinistra che anzitutto ci rivolgiamo.
Ai nostri compagni chiediamo di tornare a immergersi nell’urgenza del fare politica e di impegnarsi con noi nel progetto di una Costituente. E’ questa la nostra urgenza. Costruire politica, assumere l’iniziativa, riorganizzare i segni di una sinistra frantumata, dare ad essi non una piccola patria ma una rappresentanza reale.
Per fare questo non basta tornare ad essere, con disciplina, ciò che eravamo. Se a questo paese la sinistra offrirà solo i percorsi di abitudine, i comunisti con i comunisti, i socialisti con i socialisti, se non riusciremo a gettare cuore e sguardo oltre il muro, resteremo orfani di noi stessi. Non proponiamo scorciatoie ma nemmeno ambiguità: la Costituente di sinistra a cui pensiamo non è valore in sé se non rappresenta il primo indispensabile passo verso la costruzione di un nuovo soggetto politico.
Lo dico sapendo che Sinistra Democratica sta con convinzione nella famiglia del socialismo europeo. Ma anche il socialismo europeo non è più una chiesa: è piuttosto un campo di ricerca, una risorsa di valori e di principi, un laboratorio nel quale aggiornare continuamente il nostro sguardo e le nostre parole su un mondo profondamente mutato.
In questa ricerca vedo la cifra profonda della costituente di sinistra. Che immagino come una sinistra autonoma, forte, rigorosa, plurale. Una sinistra che non si organizzi per quote millesimali, che non sia sintesi delle storie di ciascuno di noi ma che sappia conservare la cifra di quelle storie per essere altro e per essere di più.
Io non so se tra dieci o cinquant’anni in Europa esisteranno ancora partiti cosiddetti comunisti o socialisti. Ma non mi preoccupa. Perché so che vi sarà comunque, sia pure in altre forme, una sinistra che a quelle tradizioni guarderà per raccoglierle in sé e per riorganizzarne i segni, una sinistra che abbia un impianto di valori certi e non trattabili, che assuma fino in fondo la rappresentanza dei diritti, che si batta per trasformare e non per conservare. E che faccia della profonda ingenerosità di questa epoca, della sua disuguaglianza consolidata, il terreno della propria sfida.
Quali saranno forme e contenitori per la Costituente di sinistra? Non lo so. Ed è un discorso che mi appassiona poco. Non sono un cultore della forma partito ma non credo nemmeno ai cartelli elettorali, all’essenzialità politica delle federazioni. Credo che occorra generosità, che vuol dire cedere quote robuste di sovranità.
Come fare? Ne discuteremo insieme, e la Costituente di Sinistra sarà quel che vorremo. Ma solo a patto di non considerare la nostra storia il terreno su cui vogliamo che siano gli altri a venirci a trovare. Lo chiedo a tutti. Ai compagni comunisti, ai compagni socialisti, ai verdi, lo chiedo alla vigilia di una stagione di congressi che pone intanto l’urgenza di ridefinire le nostre identità. Ma se a questo si fermassero, congressi e assemblee, a cesellare di nuovo identità e diversità, sarebbe un’occasione sprecata. L’identità di ciascuno di noi e il patrimonio di senso politico che si portano dentro dev’essere il contributo per fare altro, per andare oltre, per costruire un campo più vasto in cui la sinistra italiana ritrovi se stessa e la propria comunità. Una comunità ben più vasta di ciò che siamo oggi. Ben più vasta delle nostre quindici mozioni…
E’ con questo spirito che chiedo alla sinistra di ritrovarsi non in un tempo astratto e lontano ma alla fine dell’estate, sabato 20 settembre, per una giornata di confronto e di proposte che serva a mettere insieme l’agenda serrata e urgente di una mobilitazione politica e civile.
Essere senza smettere di diventare, diventare senza smettere di essere. Calvino la suggeriva come suggestione intellettuale. Adesso è arrivato il tempo di assumerla come la rotta necessaria.
Sinistra Democratica è qui per questo. Non per restare ma per andare. In alto a sinistra è una premonizione, un viaggio dovuto. Perché questa, compagne e compagni, è la ragione prima e profonda del nostro movimento: mettersi alla ricerca, tracciare una rotta, restituire alla politica e alla sinistra il senso della sfida.
Per cui non vi dico: auguri, compagni. Dico a me stesso, dico a tutti voi: buon viaggio, compagni.



permalink | inviato da giusiviglianisi il 1/7/2008 alle 17:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
19 giugno 2008
LIBERARE CATANIA
Ho letto l’intervento di Gigi e sono in gran parte d’accordo con le cose che scrive.
Vorrei aggiungere alcune riflessioni.
In uno dei numerosi dibattiti televisivi post voto (i dibattiti televisivi, ormai, si fanno sempre dopo il voto), il vecchio post-fascista Benito Paolone diceva a Toti Domina: “...ma “Liberare Catania” da cosa, cosa c’è da cui liberare Catania, pensate che la gente vi voti se voi volete (ancora) liberare Catania”.
In un paese dove il capo del Governo è stato iscritto alla loggia massonica P2 ed ha il suo numero due, nonchè coofondatore del suo partito, condannato per Mafia, in un paese dove c’è tolleranza zero per l’extracomunitario (che arriva rischiando la vita per cercare “la speranza” di un futuro migliore) e dove invece per evitare i processi a Berlusconi e ai suoi sodali si fanno leggi apposite, in un paese dove il governo stabilisce per legge la priorità dei reati da perseguire, in un paese dove l’opposizione, che era governo sino a sei mesi fa, non si è mai occupata di tutto questo e di molto altro ancora.
In questo paese, noi, a Catania, facciamo una lista che vuole liberare la città dalla mafia, dai comitati d’affari, dagli speculatori, pensiamo ad una città vivibile con meno rifiuti e la raccolta differenziata, con meno auto e “qualche” pista ciclabile, con più servizi sociali e con un interesse reale alle “periferie”, pensiamo ad una città dove il cittadino partecipi alle scelte e abbia cognizione dei propri diritti invece di essere suddito del consigliere circoscrizionale o comunale o del capo bastione della mafia (spesso sono la stessa persona).
Siamo dei pazzi! Siamo pazzi a pensare che in un paese dove le migliaia di morti sul lavoro (operai) e di morti per il lavoro (immigrati che sarebbero diventati operai) sono relegati in quarta pagina, ci sia qualcuno che voglia liberare Catania.
Si, siamo matti e proveremo lo stesso a liberare Catania, ci vorranno 5 o 10 anni o forse di più, ma quando verrà il momento saremo pronti.
Nello stesso tempo dobbiamo chiederci cosa è successo a questo paese.
Non possiamo cercare scorciatoie, non ci si può rifugiare in nicchie identitarie o dare la colpa alla mancanza di simbologie confortanti.
Bisogna capire che il mondo sta cambiando.
Viviamo in un mondo che guarda solo al profitto, all’interesse privato, in un mondo comandato dal denaro, in un mondo di una economia senza regole.
Il movimento “No Global” aveva posto il problema e indicato alcune soluzioni, noi non siamo riusciti a trasformarle in strategia e proposta politica, abbiamo pensato di includere in recinti ideologici o di partito idee e simboli di quel movimento. Non ha funzionato e quel movimento si è disperso (gran parte dei giovani che ne facevano parte non votano più).
Quel movimento chiedeva nuove idee, nuove forme di partecipazione non poteva essere ridotto ad una testimonianza in lista.
La scommessa del progetto di “Liberare Catania” è proprio questa: nessuna cooptazione, nuove forme di partecipazione, democrazia reale e fare e pensare in maniera collettiva.
In tutto questo c’è chi a Sinistra ha fatto una scelta, chi ne ha fatta una opposta, tra queste due “parti” non può esistere dialogo.
Concludo con una frase di Giuseppe Fava; molto conosciuta, che è una risposta appropriata a Paolone e a certa sinistra che fa della demagogia e dell’opportunismo il proprio agire politico: “... a che serve essere vivi, se non si ha il coraggio di lottare”.
giolì vindigni



permalink | inviato da giusiviglianisi il 19/6/2008 alle 11:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa
17 giugno 2008
LA REALTA'
 Le elezioni sono una fotografia della realtà che non dà spazio ai buoni propositi ed alle speranze, per questo occorre aprire una seria e serena riflessione su quanto ci dicono questi disastrosi (stavo per dire SCHIFOSI) risultati elettorali.
Butto giù alcune cose, tanto per cominciare:
1) La divisione della sinistra è stata nefasta ed ha impedito una presenza in consiglio comunale che ci avrebbe fatto molto comodo e ci avrebbe dato grande spazio se solo pensate che oggi, in consiglio comunale, c'è UN SOLO CONSIGLIERE COMUNALE che proviene dal mondo della sinistra, l'immarcescibile Saro D'Agata che non molla i suoi 800 e passa voti, per il resto la storia di oltre sessant'anni di lotte operaie, contadine, studentesche...KAPUT.
Di ciò non possiamo non ringraziare innanzitutto la genialità politica del compagno Licandro convinto che un simbolo elettoralmente consolidato gli avrebbe di per sè garantito la vittoria. Merda.
2) L'ipotesi della lista Liberare Catania ha coperto, con l'ottimismo non solo della volontà ma anche della ragione, la banale circostanza che alle elezioni non si votano le buone intenzioni e gli annunzi di ciò che si intende fare per il futuro, ma si registra la materialità di una pratica politica e sociale già sperimentata. In questo senso dietro la nostra proposta non c'era alcuna pratica sperimentata nemmeno in termini di mesi ed appare a tutti chiaro che se le organizzazioni politiche sono risultate chiuse nei recinti della loro autoreferenzialità, i gruppi di intervento sociale non riescono a produrre trasformazioni significative nella sfera delle pratiche collettive capaci di aggredire la dimensione della politica.
3) Presentare un simbolo nuovo, diverso dalla sinistra arcobaleno che a sua volta era diversa da quello delle organizzazioni politiche conosciute, senza nemmeno propagandarlo (nemmeno un manifesto!), è risultato essere con evidenza un atto di avventurismo politico e di stupidità elettorale. Mi sembra sia ormai a tutti chiaro che sono ESAURITE TUTTE LE RENDITE DI POSIZIONE, per tutte intendo sia quelle che vogliono vivacchiare sulle ceneri del vecchio PCI aspirando alla misera quota di un 2% per agguantare qualche poltroncina, sia quelle più recenti riferite al movimento di lotta contro la mafia il cui semplice richiamo simbolico non garantisce ormai alcunchè nel mondo orribile in cui siamo precipitati.
Ci sono altri milioni di cose da dire, c'è bisogno di un periodo di riflessione che ci faccia capire come e dove andare, discutiamone con serenità
                                                                                                                gigi savoca



permalink | inviato da gigisavoca il 17/6/2008 alle 17:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa
16 giugno 2008
UN MIRACOLO?
Il clamoroso calo di votanti (- 13% alle 22,00) fa si che ogni voto per la lista Liberare Catania valga praticamente in doppio e rende possibile l'idea di una sconfitta della candidatura Stancanelli.
Quindi UN ULTIMO SFORZO, UN'ULTIMA TELEFONATA.
Cerchiamo di mobilitarci tutti perchè c'è tanta gente che non sa per chi votare, sembra incredibile ma è così.
Non molliamo. 



permalink | inviato da gigisavoca il 16/6/2008 alle 8:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
13 giugno 2008
AVANTI POPOLO
Nel comizio di chiusura della campagna elettorale si respirava un'aria ben diversa da quella che aleggiava nella chiusura delle precedenti disgraziatissime elezioni.
Le centinaia di compagne/i e cittadine/i presenti, non moltissimi ma comunque un numero più che dignitoso anche considerando che non abbiamo affisso nemmeno un manifesto ma utilizzato esclusivamente il passaparola,  non sono arretrati di un passo nemmeno alla caduta di alcuni goccioloni che ci hanno fatto tutti pensare "piove governo ladro".
Si respiravano uno spirito di militanza ed una determinazione che non avevano nulla in comune con l'atteggiamento di rassegnato scoglionamento delle elezioni politiche/regionali, uno spirito di comunità che ricostruisce relazioni poliche ed umane tra compagni delle organizzazioni e militanti delle associazioni.
Vedrete che ce la faremo, manderemo al consiglio una nostra rappresentanza e avremo la possibilità di parlare alla città e di dimostrare a tutti il patrimonio di combattività, competenza e passione che siamo in grado di esprimere.
Anche se ne avremo uno varrà per cento ed i trasversalisti bipartisan dovranno fare i conti con noi; non permetteremo che il comitato d'affari occulto che di fatto governa la città, di cui gli stancanelli sono solo gli idioti burattini, possa fare i propri accordi sulla pelle dei cittadini, magari inscenando un gioco delle parti tra governo e finta opposizione.
Dalle ceneri del tracollo di aprile sta rinascendo un progetto che  costituisce il laboratorio permanente della sinistra che vorremmo, radicata sul territorio ed allo stesso tempo con una visione complessiva della società che sappia contrastare la nefasta deriva culturale di cui la destra è portatrice.
Forza compagni, il disordine sotto il cielo è massimo, la situazione è eccellente! 



permalink | inviato da gigisavoca il 13/6/2008 alle 13:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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